Pregiudizio e Neuroscienze

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Saluzzo, Stampatingalera 30 luglio 2014.

“Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta”

E’ con questa citazione di Richard Buckminster Fuller che inzia il nostro incontro con Pietro Marino, medico osteopata che ci introduce in un interessante viaggio alla conoscenza dei meccanismi del cervello. Se pensavate che in galera non si potesse parlare di cose serie, ebbene siete fuori strada: per due ore Pietro ci ha spiegato che le reazioni emotive che proviamo hanno una natura biologica, che ci sono aree specifiche del cervello che si attivano quando sentiamo paura, quando ci dobbiamo proteggere. Sono le stesse aree che si animano quando vediamo qualcuno o qualcosa diverso da noi, dal quale prendiamo le distanze. Siamo animali, in fondo, e come i cani gonfiano la coda e rizzano il pelo, così noi teniamo ben saldi i piedi per terra, incurviamo le spalle, produciamo adrenalina. I cani sono pronti alla fuga, o all’attacco, protendendo il viso. Noi ci irrigidiamo in posture scomode, stressiamo la cervicale e le aree lombari e siamo costantemente bombardati da messaggi esterni che ci costringono in assetti difensivi.
Anche quando si affaccia sulla nostra strada “il diverso”: lo straniero, lo zingaro, il delinquente. Il detenuto, in questo caso. Colui che, per motivi fisiologici (odore, aspetto fisico…) o culturali (paura, senso di inferiorità…) tendiamo ad allontanare.

E’ l’amigdala, una piccolissima porzione del cervello, a essere co-responsabile di questi processi. E’ una centralina di controllo, grande molto meno della mandorla da cui trae il nome.

Con Pietro guardiamo sezioni del cervello, ripercorriamo gli studi di Lombroso e degli studiosi dell’Ottocento e del Novecento che, a partire dal positivismo, hanno provato a teorizzare dati di realtà raccolti dall’osservazione del mondo. Quale? Quello che spesso avevano a disposizione in abbondanza, e che non si poteva ribellare: detenuti, malati, condannati a morte. La scienza, si sa, è progredita anche grazie a queste persone, ingiustamente e involontariamente “utilizzate” per l’acquisizione di nuove conoscenze.

Ma se siamo animali, se è vero che proviamo reazioni fisiche quasi di disgusto di fronte al diverso, come possiamo teorizzare che i pregiudizi sono infondati?
Pietro ci spiega che gli studi condotti sul cervello dimostrano che le reazioni delle persone cambiano all’aumentare della familiarità: nei test condotti su volontari di pelle bianca, che si professavano razzisti, le reazioni cambiavano se i soggetti di colore (uomini o donne di pella nera, o gialla) su cui gli si chiedeva di esprimere un giudizio erano sconosciuti o noti (personaggi famosi, attori, politici…).
Conoscendo le persone ci abituiamo a loro. Conoscendo e rispettando gli altri impariamo a declinare in modo diverso, culturale, l’imprinting fornitoci dal nostro corredo genetico. E’ anche per questo motivo che i bambini che crescono nelle classi miste sono più portati a sviluppare un senso sociale di convivenza civile. Perché imparano in modo naturale a ricoscere il diverso come altro da sé, con le sue caratteristiche particolari che lo rendono unico, proprio come lui, e come tale, uguale.

E’ la cultura a fornirci gli strumenti per abbattere paure e pregiudizi, così come è la ragione, o la ragionevolezza, a dover mitigare la conoscenza, intesa come spirito di progresso senza regole.

E’ stato un viaggio interessante, e sappiamo che siamo solo all’inizio.

Editor e responsabile dei contenuti per l'Associazione culturale Sapori Reclusi